Curare se stessi per curare il pianeta

Aggiornamento: 21 ott 2021


Prima della presentazione del suo libro “La cura del clima” edito da Venexia io e Jack ci “incontriamo” per allinearci su come si svolgerà la presentazione e impostare la traduzione dall’inglese all’italiano. Jack Adam Weber si collegherà da un camper van tra le montagne della California, ha una fascia nei capelli e dei tendaggi colorati alle sue spalle. Per una vita si è occupato di medicina cinese, agopuntura ed erboristica. E’ poeta e autore di libri e di centinaia di articoli di successo. E’ anche agricoltore biologico.



“Non bisogna avere molto per essere felici”

mi dice, lo ammetto può sembrare un pensiero banale ma non è scontato se a quel poco ci arriva qualcuno che ha avuto tanto e non lo è se questo pensiero lo inseriamo nel contesto di un discorso sul cambiamento climatico.

Jack arriva alla sua consapevolezza di oggi dopo essere stato una vittima di questo cambiamento, dopo aver perso tutto e sperimentato sulla sua pelle che la terra è in grado di riprendersi quel che ci ha donato.

Mi dice che il dialogo e il confronto sono il punto di partenza ma anche una costante da mantenere se vuoi interessarti di clima e fare la differenza, e se da un lato mi viene spontaneo pensare che questi americani abbiano bisogno di gruppi di ascolto per qualsiasi cosa, dall’altra credo che noi, qui, ci ascoltiamo troppo poco. Troppo spesso mi sono sentita guardata di traverso per la mia attenzione all’ambiente, la strada da fare mi sembra ancora tanto lunga e dissestata.

Perché è così difficile prendersi cura del pianeta? Perché è più semplice guardare storto piuttosto che guardarsi dentro?

Jack nel suo libro lo spiega in modo semplice e leggero. E’ difficile perché comporta sacrifici. Vivere in maniera sostenibile comporta rinunce e cambiamenti radicali. Ecco perché ci invita a questo punto ad una riflessione intorno alla natura dei beni a cui dovremmo rinunciare. Il nostro modo di concepire il benessere è così strettamente connesso alla felicità dei consumi ( leggi felicità per società ) che siamo ormai incapaci di ascoltarci davvero.

È qui, su queste frasi messe nero su bianco che ho capito perché Weber ha deciso di parlare di clima partendo da lontano.

Tutti i giorni assistiamo alla catastrofe ma davvero non accettiamo che l’origine sia dentro di noi, molto più vicino di quel che pensiamo.

Tutti i giorni veniamo bombardati di immagini agghiaccianti di boschi in fiamme, di inondazioni e di mari sommersi di plastica.

La terapia d’urto non sortisce effettivamente gli effetti sperati, invitarci a combattere la crisi climatica sposta il problema fuori di noi e dipinge questa crisi come un nemico da sconfiggere contro cui poco possiamo.

Possiamo fare molto invece, possiamo rimanere ottimisti mentre si sperimenta la disperazione, possiamo essere consapevoli del nostro mondo in fiamme senza rinunciare al piacere delle piccole cose, possiamo mobilitare gli altri senza vomitare fatti, cifre e immagini sconfortanti.



Circa un’ora dopo il nostro brief ci colleghiamo per andare in diretta, presenteremo il libro al pubblico collegato da casa. La connessione di Jack fa brutti scherzi, non sente l’audio e poi perdiamo anche il collegamento video. Siamo costretti a fare una pausa e ripartire qualche minuto dopo. Gli intoppi continuano e la nostra presentazione sarà più breve e meno chiara di come ce l’eravamo immaginata.

Lui si trova in quel camper van e ad ogni interruzione mi ricorda che non “bisogna avere tutto per essere felici”, ci ricorda che siamo abituati a una costante performance non richiesta.

Dobbiamo davvero avere una connessione internet perfetta quando ci manca la connessione con la parte migliore di noi stessi?

La risposta sono sicura che la troverai leggendo “La cura del clima”, un libro che ci ricollega alla natura, che parla dell’origine della crisi nel più inedito dei modi. Non stiamo parlando solo di carbonio, di produzione alimentari e trasporti ma di quel trauma collettivo che colpisce ogni nuova generazione.

Sembra un lavoro lungo ma è un lavoro urgente e necessario. Mentre curiamo le nostre ferite emotive e spirituali non dimentichiamo che non lo stiamo facendo per il pianeta, lo stiamo facendo per noi.


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