Alla genesi del viaggio

La storia del pensiero, della filosofia, così come la storia delle religioni, dei grandi mistici e dei santi è costellata di viaggi alla scoperta del Divino, dello spirito e, in ultima analisi, del nostro sé, del nostro Io Superiore. Ai primordi dell’umanità troviamo viaggi solenni, viaggi che precedono la storia, che rientrano nell’epica: dall’Epopea di Gilgamesh (2.900 a.C.), all’Odissea, ai viaggi della Genesi (Adamo ed Eva e Noè). Spostamenti all’insegna della fatica, prove spinte dalla forza volitiva intesa come bisogno immediato, impulso istintivo, mosso dalla sete di vita, dalla necessità. Si può dire che l’uomo dormisse nella volontà, ovvero che fosse spinto all’esterno a soddisfare un bisogno interiore: i viaggi, erano infatti, imposti dagli dei.

L’Epopea babilonese di Gilgamesh racconta le imprese eroiche del re di Uruk il quale, dopo aver difeso la sua città dal “Toro celeste” che massacrava guerrieri e popolo inerme, parte alla ricerca dell’immortalità e dell’unico uomo, Utnapishtin, che l’ha raggiunta. Gilgamesh, attraverso molte peripezie, finalmente incontra il grande saggio, il quale gli indicherà come trovare “la pianta dell’eterna giovinezza” che cresce in fondo al mare. L’eroe riesce a impossessarsene, ma sulla via del ritorno la magica pianta gli viene sottratta da un serpente. Torna quindi a Uruk, stanco e deluso.


Nell’Odissea, Omero ci presenta Ulisse, l’eroe instancabile, assetato di conoscenza, che nella cultura occidentale rappresenta il viaggiatore per eccellenza, le cui prove vengono sempre imposte da un comando esterno. Dante addirittura, pur spendendo per lui parole di ammirazione, lo porrà all’Inferno. Ulisse, infatti, non seppe accontentarsi, non trovò mai pace. Dopo Itaca, come desumibile dal racconto di Dante, l’incontentabile Ulisse ripartì, valicò il confine segnato dalle colonne d’Ercole, oltre le quali si inabissò. Un Ulisse quindi spinto dalla “brama” dell’esperienza. Ecco che già nell’epica il viaggio è esperienza autentica, e questi sono solo due di molteplici e variegati esempi.

E’ interessante notare come la radice indoeuropea di “esperienza” per riporti al significato di “tentare”, “mettere alla prova”, “rischiare”. Anche nella Genesi le migrazioni dal Paradiso alla Terra di Adamo ed Eva, così come sull’Arca di Noè durante il diluvio, sono imposte da Dio.

In Oriente continuano gli antichi pellegrinaggi presso i luoghi sacri buddhisti e indù: a Kapilavastu, città di nascita del Buddha Shakyamuni, a Kushingara, città dove morì, e a Bodh Gaia presso l’albero della Bodhi, dove ricevette l’illuminazione. L’Induismo è ricchissimo di pellegrinaggi in luoghi sacri, oltre al grande ritrovo ogni quattro anni, il piccolo Kumbh Mela, e ogni dodici, il grande Kumbh Mela.

Nel Medioevo, si ha testimonianza del cosiddetto viaggio eroico, il viaggio di conquista, ma pur sempre spinto dal sentimento ( le Crociate ). A differenza di questi ultimi viaggi di cui si è discusso, il pellegrinaggio è un viaggio alla scoperta di sé, anche se ancora considerato un puro riflesso del divino. La spinta è data sempre più dalle forze del sentire: al sacrificio fisico si aggiunge il sacrificio interiore. L’Imitatio Christi rispecchia perfettamente la potenza di tale impulso. Il Petrarca, ormai nel XIV secolo, inizia a vedere il viaggio come “caratteristica delle menti superiori”.

Si comincia , quindi, a dare al viaggio una connotazione non solo positiva ma anche evolutiva. Il viaggiare richiede ora quell ingegno, riservato a chi riesce a cogliere già il divino nel mondo.

Peculiare fu invece la figura di Cartesio (1596-1650) che sino a 29 anni girò in lungo e in largo il mondo conosciuto; si formò nel mondo, come disse lui stesso “lesse il libro del mondo”, per poi fermarsi e chiudersi definitivamente a scrivere. Arrivò addirittura a sostenere che fondamentalmente “tutto il mondo è paese” rinnegando così un po’ lo spirito estroso del viaggiatore che si stava sempre più andando a delineare.

Sarà la figura di Bacone (1561-1626) a offrire una concezione filosofica del viaggio come ricerca della libertà attraverso la conoscenza del mondo. Persino il viaggio cavalleresco ne riceverà una connotazione filosofica.

Dalla rivoluzione francese in poi nell’uomo le forze del pensare iniziano a essere il faro che illumina la via della conoscenza . Ciò chiaramente ha cambiato anche l’impulso del pellegrino. Il viaggio non si riferisce più esclusivamente alla ricerca del Divino e quindi al raggiungimento di luoghi sacri. L’anelito verso la conoscenza ha fatto sì che il viaggio alla scoperta di sé venga ora arricchito da tutto ciò che il mondo terreno, riflesso di quello spirituale, offre lungo il cammino. Ecco che “il cammin di nostra vita” diventa un pellegrinaggio dell’anima verso la conoscenza di sé in nome della libertà. Un cammino che in realtà tutti gli uomini portano avanti quotidianamente, ma di cui spesso non sono consapevoli. Il viaggio in luoghi poco e per nulla familiari diviene quindi un utile strumento di ritorno alla realtà del nostro pellegrinaggio interiore. Lo stimolo continuo di nuovi luoghi, nuovi incontri, nuove scoperte dentro e fuori noi stessi ha indotto molti uomini di scienza, di lettere e “di spirito” a intraprendere viaggi di questo tipo.

Vedremo in Inghilterra, proprio a partire dai precetti baconiani, la nascita dell'idea di viaggio come strumento di formazione. Del resto una cultura propensa all'empirismo trovava nell'esperienza diretta sul luogo la forma prediletta all'apprendimento e allo sviluppo di una coscienza critica.

Bacone insomma fece scuola, a partire dal suo Of Travel (1625) la letteratura di settore andò ad arricchire tutto un elenco di buone norme e motivazioni del viaggiatore.

Siamo approdati così definitivamente a una forma di viaggio intellettuale che sembra aver poco in comune con quel viaggio come missione divina da cui siamo partiti.

E' un viaggiare moderno, empirico, che cerca conferme e poche risposte.

Scopriremo in un prossimo approfondimento che il viaggio può essere anche e soprattutto ricerca interiore, una ricerca dentro e vicino a noi esperibile forse soltanto nei luoghi più distanti dal nostro punto di partenza.


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