Machen: Il popolo bianco. L'iniziazione alla stregoneria



Artur Machen è stato, con Lovecraft, uno dei principali autori della letteratura gotica a cavallo tra XIX e XX secolo, in grado di evocare atmosfere sacrali, in cui i protagonisti entrano in contatto con verità cupe e oscure tra le pieghe dell'esistenza e in cui il terrore non è mai fine a se stesso, ma diviene un'estasi iniziatica in grado di trasmutare la psiche del soggetto, facendole vivere un'esperienza cosmica.

A differenza di Lovecraft che, a dispetto dei suoi racconti, fu un fervente razionalista, Machen fu un profondo esoterista, adepto della Golden Dawn, e nei suoi racconti sono disseminati molteplici richiami occulti alla conoscenza magica.

Il Popolo Bianco può essere considerato il suo racconto esoterico per eccellenza, un vero e proprio resoconto dell'iniziazione magica e, allo stesso tempo, uno dei racconti gotici più profondi e stranianti mai scritti.

La novella si apre con una lunga disquisizione filosofica sul vero significato della santità e del peccato, del bene e del male, binomio fulcro dell'intera conoscenza. Ambrose, il primo narratore in questa novella, sostiene che le categorie classiche di "bene" e "male" sono troppo limitanti, troppo mediocri per comprendere la reale essenza del Peccato e della Santità, ben più affini di quanto si potrebbe pensare. "Stregoneria e santità, queste sono le sole realtà. Ciascuna è un'estasi, un ritirarsi dalla vita comune" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, p. 139) dice Ambrose fin dalle prime battute del testo, capovolgendo la cognizione classica, divisa a compartimenti stagni, che abbiamo dei concetti di Bene e Male.

Il Male è un'entità spirituale profonda almeno quanto il Bene; non si parla, ovviamente, del male comune, come può essere un furto o un omicidio. Crimini del genere, dice Ambrose, sono solo un pallido riflesso della vera essenza del Male. Semmai sono casi di "cattiva educazione", di un'impossibilità di vivere nel comune consorzio umano. Allo stesso tempo, la Santità non ha nulla a che fare con il "bene" della vita di ogni giorno. Tanto la semplice elemosina quanto il furto sono atti "mediocri", della vita di ogni giorno, ben lontani dall'essenza pura e profonda della Santità e del Peccato.

Come dice Ambrose:

"Temo stiate cadendo nel diffusissimo errore di confinare il mondo spirituale ai supremamente buoni; ma anche i supremamente malvagi hanno necessariamente la loro parte. L'uomo puramente carnale e sensuale non può essere un peccatore più grande di quanto non possa essere un grande santo. La maggior parte di noi è composta da creature indifferenti e spaesate; ce la caviamo come possiamo nel mondo senza renderci conto del significato e del senso profondo delle cose e, per conseguenza, la nostra malvagità e la nostra bontà sono entrambe mediocri e insignificanti" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, pp. 139-140)

Il Male possiede una propria entità; non è soltanto un'ombra, un nulla, come sostengono i teologi cristiani; "Il male è del tutto positivo, soltanto lo è nel verso sbagliato" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, p. 141)

Il Male presuppone un ribaltamento della comune coscienza delle cose, un'inversione di prospettiva che conduce in una tenebra oscura in cui l'immaginazione, la volontà, il desiderio liberano le loro forze creatrici per aspirare a una libertà più profonda, sciolta da qualsiasi convenzione morale e sociale. Per questo, alla domanda: Che cos'è il peccato? Ambrose Risponde:

"Penso di dovervi rispondere con un'altra domanda. Come vi sentireste, seriamente, se il vostro cane o il vostro gatto cominciassero a parlarvi e a discutere con voi in accenti umani? Sareste sopraffatto dall'orrore. Ne sono certo. E se le rose nel vostro giardino cantassero una strana canzone, voi impazzireste. E immaginate che le pietre della strada cominciassero a gonfiarsi e a crescere davanti ai vostri occhi; e se il ciottolo che notavate la sera al mattino avesse messo boccioli di pietra? Ecco, questi esempi possono darvi un'idea di cosa sia il peccato [...] L'essenza del peccato è prendere d'assalto il paradiso. [...] Mi pare che sia semplicemente un tentativo di penetrare in una sfera più alta con mezzi proibiti. Potrete comprendere perché è così raro. Sono davvero in pochi a desiderare di penetrare in altre sfere, più alte o più basse, in modi consentiti o vietati. Gli uomini, nel complesso, sono ampiamente soddisfatti della vita coma la trovano. Pertanto ci sono pochi santi, e i peccatori nel vero senso della parola sono ancora meno, e gli uomini di genio che partecipano talvolta di ciascuna caratteristica sono altrettanto rari" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, p. 143).

Mentre la Santità è il recupero della purezza perduta, dunque di qualcosa che già abbiamo avuto, il Peccato è il tentativo di conquistare qualcosa che non è nella nostra natura: una libertà illimitata, come quella di Dio. Come dice Ambrose:

"Il peccato è uno sforzo di ottenere l'estati e la conoscenza che appartengono soltanto agli angeli, e nel fare questo l'uomo diventa un demone" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, p. 144).




La malvagità è un'estasi, un rapimento dell'anima tanto quanto la santità e, come la santità, richiede un lungo percorso iniziatico per trascendere i limiti ordinari di coscienza, per immergere le proprie ali nel fango senza rimanerne invischiati.

Non è semplice carpire l'essenza di questi concetti attraverso linguaggio e parole razionali ma, come per i rapimenti mistici ed estatici, occorre il racconto di una persona che ha vissuto tali esperienze sulla propria pelle. Compare così, all'interno del racconto, il misterioso diario verde che Ambrose porge a Cotgrave, suo interlocutore. Un piccolo quaderno sbiadito, dal "vecchio odore, delcato e persistente, come quello che talvolta aleggia attorno a un mobile antico per un secolo e più", di carta sottile e dalle pagine ricoperte di fitti caratteri eleganti e metodici.

Si tratta di un manoscritto autobiografico, che contiene il racconto di una giovane ragazzina che narra la sua inconsapevole iniziazione alla stregoneria e alle arti magiche. Ed ecco che, con le parole del diario, comincia il racconto vero e proprio.

L'aspetto più sconvolgente risiede nella prospettiva da cui è narrata la storia; la prospettiva di una bambina/ragazza che, per gran parte del racconto, non è in grado di comprendere la stranezza dei fenomeni a cui sta assistendo e per la quale ogni cosa, anche la più bizzarra e incredibile, risulta nella natura delle cose. La ragazzina narra infatti, con naturalezza, come fin dalla tenera infanzia fosse abituata a pallidi volti bianchi che la osservavano dall'alto della culla, parlandogli una lingua sconosciuta. Con la medesima naturalezza racconta anche delle strane passeggiate nei boschi compiute con la bambinaia, in realtà una strega iniziatrice, durante le quali incontrava spesso un uomo alto e nero, come un'ombra, con cui la bambinaia si allontanava, e strane figure bianche che fuoriuscivano da fonti sorgive, che ballavano, danzavano e parlavano con lei.

La protagonista aveva sempre osservato questi fenomeni da "esterna", fino al sopraggiungere dell'età iniziatica.

L'iniziazione comincia a tredici/quattordici anni, momento cruciale che, in tutte le tradizioni, rappresenta il passaggio dall'infanzia alla giovinezza, transizione che veniva accompagnata da precisi riti iniziatici in cui, attraverso prove di coraggio spesso spaventose e pericolose, venivano risvegliate le forze psicologiche necessarie per passare al nuovo livello di coscienza.

La paura e il terrore regnano sovrani nel ricordo del giorno dell'inconsapevole iniziazione, che comincia con un altro dei motivi ricorrenti dei racconti iniziatici e di magia: il passaggio stretto, ponte tra la dimensione ordinaria e la dimensione magica che soltanto pochi eletti possono attraversare (archetipo che ho analizzato anche in Picnic a Hanging Rock).

Racconta l'iniziata nel diario verde:

"Quel pomeriggio feci una strada differente e un ruscelletto mi condusse in un posto nuovo, ma mi strappai il vestito attraversando dei punti difficili, perché la strada passava attraverso molti cespugli e sotto i rami bassi degli alberi, e su per boschetti di spine sulle colline, e attraverso boschi scuri pieni di erbacce spinose. Mi sembrava che sarei andata avanti per sempre e dovetti strisciare in un posto simile a una galleria dove doveva esserci stato un ruscello" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, p. 154).

Come in Picnic a Hanging Rock, lo spogliarsi/strapparsi dei vestiti della vita ordinaria e borghese è una grande metafora del ritorno alla Natura e al passaggio alla dimensione selvaggia, indomita e panica dell'esistenza. Il passaggio stretto conduce la protagonista in un luogo alieno, una dimensione parallela in cui spazio, tempo, distanza, luci, ombre, forme e dimensioni sembrano aver perso i loro connotati ordinari e in cui ogni cosa sembra fondersi in un unico ghigno sinistro. Si tratta di una collina dalla quale l'iniziata può contemplare il paesaggio, altro motivo iniziatico simile alla Divina Commedia, in cui Dante può elevarsi fino al Paradiso soltanto dopo aver strisciato nei cunicoli dell'Inferno e in cui, paradossalmente, questo addentrarsi nelle viscere della terra e nell'oscurità conduce a un elevarsi al di sopra del mondo.

Come narra l'iniziata:

"Giunsi a una collina che non avevo mai visto prima. Ero in un lugubre boschetto di rami neri e contorti che mi graffiavano mentre passavo, e gridai perché sentivo bruciore dappertutto, e poi mi accorsi che mi stavo arrampicando, e salii e salii molto a lungo, finché il boschetto finì e uscii piangendo proprio sotto la cima di un grande altipiano spoglio, dove c'erano orribili pietre grigie sparse tra l'erba, e qui e là un piccolo albero contorto e stentato usciva da sotto una pietra, come un serpente. Salii fino alla cima, che era molto distante. Non avevo mai visto rocce così grosse e brutte prima; alcune emergevano dal terreno, e altre sembravano essere rotolate nel punto in cui si trovavano, e continuavano fino a dove arrivava il mio sguardo [...]. Guardai verso l'esterno e vidi i dintorni, ma era tutto strano [...] le forme degli alberi sembravano diverse da quelle di qualsiasi albero avessi mai visto prima [...]. Poi, oltre gli alberi, c'erano altre colline tutto intorno a formare un anello [...]. Ogni cosa era straordinariamente immobile e silenziosa, e il cielo grigio e pesante e triste" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, p. 155).

Allineamenti di pietre, dolmen, menhir, sculture dai caratteri demoniaci sono disseminati per tutto il paesaggio e improvvisamente, dall'immobilità assoluta, cominciano a girare e a girare in una danza che disorienta la psiche della protagonista, fino a farla precipitare giù dalla collina, metafora della vertigine intellettuale dell'ascesa a sfere conoscitive più elevate.

Ripresi i sensi, tutto è tornato immobile e riprendendo il cammino la protagonista, terrorizzata ma allo stesso tempo ammaliata dall'esperienza, incappa in una fonte simile a vino bianco frizzante, che scorreva su un letto di pietre rosse, gialle e verdi.

L'acqua e la fonte vergine sono ulteriori elementi mistici ricorrenti nella letteratura iniziatica e, anche in questo caso, l'abbeverarsi alla fonte della conoscenza sacra causa nella protagonista un sensi di leggerezza, vertigine, frenesia divina che la investe di nuove forze e, passato il timore, la porta ad avanzare danzando, felice, in un'unione panica con l'intera natura.

La protagonista ha compiuto con successo il primo passo dell'iniziazione alla dimensione magica dell'esistenza e, come una folgore nella notte, gli si rivela un pensiero: "Ora e sempre, nei secoli dei secoli, Amen". Questo richiamo alla preghiera cristiana rappresenta ciò che Ambrose tentava di comunicare a parole parlando del peccato: un ribaltamento del paradiso, la dissoluzione dell'anima della protagonista non nella luce divina, ma nelle tenebre del bosco e della Natura, nel principio Luciferino eterno quanto Dio.

Ciò è testimoniato da un altro rito compiuto dalla protagonista, che rappresenta, specularmente, il sacramento del battesimo: l'immersione in un'altra sorgente d'acqua gorgogliante, simile a una vasca, circondata di muschio verde. Ma, mentre nel battesimo cristiano a essere battezzata è la testa, in questo ribaltamento del rito l'iniziata immerge l'arto opposto, i piedi, e la fonte stessa, dalla profondità insondabile, rimanda all'idea di un'energia cosmica nera e profonda che permea l'intero cosmo.

Compiuto il rito battesimale, l'iniziata procede il suo cammino e superando un antico muro di pietra, sempre immerso nella foresta, giunge in un'altra regione ignota, ancora più misteriosa. Un'ampia vallata disseminata di conche profonde e oscure, simili a grandi pozzi nel terreno. La protagonista, ricevuto il battesimo della notte, può ora accedere all'oscurità infera e, difatti, scivola lungo il pendio di una di queste grandi conche, fino a toccare il fondo. Da questa prospettiva:

"Tutto era strano e solenne. Non c'era altro che il cielo grigio e pesante e le pendici della conca; tutto il resto era scomparso, la conca era il mondo intero e pensai che di notte doveva essere piena di fantasmi e di ombre che si muoveano e cose pallide nei punti in cui la luna splendeva sul fondo [...]. Era così strano e solenne e solitario, come un tempio cavo di divinità pagane e morte" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, pp. 160-161)

Di fronte a questo spettacolo riemergono i ricordi dei racconti della bambinaia, a sua volta iniziata alla stregoneria, su quelle buche profonde nel terreno, nelle quali era possibile entrare in contatto con forze oscure, personificate nella figura dell'uomo nero e che, invisibili, erano in grado di penetrare nella propria psiche fino a prenderne il pieno dominio.

Torna la paura e la giovane scappa, spaventata, per ricercare la strada di casa, e seguendo un animale (altro archetipo ricorrente, l'animale guida, incarnazione di uno spirito divino) scopre un ulteriore passaggio segreto tra i rovi e approda a un bosco ancora più sacro di quelli attraversati fino a quel momento, sul quale però cala il velo del silenzio iniziatico: " Proseguii fino a trovare un certo bosco, che è troppo segreto per essere descritto [...] Lì vidi la cosa più meravigliosa che abbia mai visto, ma solo per un istante, perché corsi via subito e strisciai fuori dal bosco. Corsi e corsi più veloce che potevo, perché ero spaventata, perché quello che avevo visto era troppo meraviglioso e strano e bellissimo" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, p. 162-163).

In ogni racconto mistico si arriva a un punto in cui le parole e le metafore non possono più descrivere la visione e in cui, per forza di cose, deve cadere il silenzio iniziatico per serbare il segreto e non rivelarlo a orecchie profane. La protagonista è qui giunta al culmine dell'iniziazione alla stregoneria; ciò che ha veduto è troppo meraviglioso e conturbante per essere raccontato e, per quanto la sua mente non possa reggere tale visione - giacché l'uomo non può che uscire distrutto e sconfitto dalla visione del Dio - la visione le è ormai penetrata nell'anima. L'ombra nera della dimensione magica si è protesa su di lei e l'ha carpita a tal punto che, una volta arrivata a casa, guardando il bosco dalla propria finestra, le fronde degli alberi baluginano di una luce lunare e una grande ombra nera ricopre l'intero giardino.

Nei giorni successivi riaffiorano i ricordi dei racconti e delle esperienze della bambinaia, a cui soltanto ora, rivelato il segreto iniziatico, riesce a dare un senso con sguardo retrospettivo. Ed ecco che ritornano le immagini dei racconti di balli e riti celebrati nella notte da uomini e donne di ogni estradizione sociale, di incantesimi, riti, cerimonie, di fantocci d'argilla creati insieme, quasi per gioco, e nascosti e venerati nella foresta.

Rimembrando tali ricordi, riaffiora anche la conoscenza dell'ultimo rito iniziatico raccontatogli dalla bambinaia per donarsi in sposa all'uomo nero. E così, spinta dal desiderio della felicità eterna, mossa dalla bramosia di rivivere quelle passioni magiche e infere, la protagonista crea un bambolotto di argilla, lo venera e lo nasconde nella foresta e infine torna al bosco segreto, dove:

"Andai avanti e avanti finché giunsi al bosco segreto che non deve essere descritto, e strisciai dentro dal passaggio che avevo trovato. Più o meno a metà strada mi fermai, mi voltai e mi preparai; mi legai stretto un fazzoletto sugli occhi e mi assicurai di non vederci affatto [...] Poi proseguii un passo alla volta, molto lentamente. Il cuore mi batteva sempre più forte, e mi salì qualcosa alla gola che mi soffocava e mi faceva venire voglia di gridare, ma strinsi le labbra e andai avanti. Mentre proseguivo i rami mi si impigliavano nei capelli, e grosse spine mi graffiavano, ma giunsi fino alla fine del sentiero. Poi mi fermai, tesi le braccia e mi chinai, e feci il primo giro a tentoni [...]. Feci il secondo giro a tentoni, e la storia era tutta vera, e desiderai che fossero passati anni e di non dover aspettare così tanto per poter essere felice in eterno" (Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni, p. 187).

L'iniziazione è conclusa, il patto con l'uomo nero è stipulato; l'ombra oscura si è insinuata nella sua anima che è stata trasmutata in una delle molteplici ninfe del Popolo Bianco.

Arthur Machen, Il Popolo Bianco, Hypnos Edizioni

Daniele Palmieri

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